E’ ancora tiemp di Enzo Avitabile e Pino Daniele

Pino Daniele ha raccontato Napoli.
In ogni suo aspetto, in ogni sua sfumatura, anche quando la città non era esplicitamente citata nelle canzoni.
D’altra parte la cultura napoletana è in primis sensibilità rivelatrice.
In tutte le forme artistiche essa non diniega mai di mostrare le sensazioni, le intimità, le allegorie umane, anzi partecipa con l’arte stessa ad offrirne significatività.

Questa cultura la ritroviamo così nella sua urbanistica, nei comportamenti quotidiani, negli accenti, fino a formare una visione antropologica unica.
I grandi capolavori artistici cantano così sempre Napoli a sè stessa, esprimendone il suo senso spirituale. Come una culla, che preserva una capacità di ascolto stratificata nei secoli, e cerca di rendere più comprensibile il mistero della vita. Cosi’ che i grandi autori ci hanno anche educato ai sentimenti.

Per realizzare questo brano “È ancora tiempo”, due grandi artisti Pino Daniele e Enzo Avitabile, si rincontrarono dopo anni.
Amici e compagni sin dai loro esordi musicali, in questa ultima canzone insieme offrono una saggezza musicale tale da caratterizzarla con un tocco minimalista e fortemente espressivo.

In una intervista, riferendosi al brano, Enzo Avitabile disse : “credo che “È ancora tiempo” che lui (Pino Daniele) ha cantato nel mio disco “Black Tarantella”, sia un brano magico, è il suo ultimo pezzo cantato in napoletano. Gli ho proposto l’idea e lui accettò, fu un dono, è un pezzo tanto povero quando mantrico. Quando lo registrammo nel suo studio a Roma facevamo a gara a chi cantava di meno, nel senso che abbiamo cantato “in sottrazione”. Ed è l’ultima volta che canta in napoletano.”

D’altra parte il dialetto non è un limite in questo caso, ma l’unico strumento possibile con cui si possono trasferire quei significati di cui abbiamo parlato prima.
Il brano cantato ” in sottrazione ” come disse Enzo Avitabile, ha permesso di impreziosire con solo poche frasi, poche note, quasi scavate, gli aspetti più essenziali della città. E la decifrano.

Due grandi musicisti, non potevano però prima di tutto elaborare una musica che di per sé fosse già piena di significati evocativi, ante litteram.

I suoni hanno un senso “mantrico” come dice l’autore, e si rifanno inizialmente allo stile popolare tanto caro ai NCCP ed a Roberto De Simone. Il brano nasce con un’ arpina, un piccolo strumento a corde con un suono antico, utilizzata da Avitabile, e gli archi, carichi di malinconia, per poi sopraggiungere un dialogo con la chitarra elettrica di Pino Daniele.

Sembra una contrapposizione sonora e musicale. In verità i primi strumenti offrono quel senso dell’ incanto che a Napoli non si discosta mai dalla sua storia e che la rende malinconicamente viva, a cui si unisce un senso di presente che in essa sembra sospeso.

Il sottofondo di archi sembrano descrivere il fluire del tempo, mentre l’arpeggio dell’arpina richiama in modo malinconico “la dolcezza” di cui Napoli non mai avuto timori a manifestare nell’arte. Secondo qualcuno Napoli è una citta’ “madre”, che ha una cultura che esalta tutti i sentimenti materni. Forse perchè fu fondata dai greci e non dai romani, dandone così una estrazione tipica.

Questo mix sonoro, di archi, arpina e chitarra elettrica danno così il segno di una città presente, che riecheggia di antichità. Dando un senso di immortalità, di eterno.

Molti intellettuali in visita a Napoli, hanno di recente notato un fenomeno particolare, come pure i ragazzi conoscano a memoria le canzoni classiche napoletane e le cantino con gioia e freschezza. Un aspetto sociologico non da poco. Vuol dire che tutti sentono la stratificazione culturale, pur vivendo l’attualità del momento. Quasi come se tutti si sentissero sul bordo della vita, ma rinfrancati dall’abbraccio materno della Storia.

Le parole sono poi ecumeniche. Già dal titolo.
“E’ ancora tiempo.”, dà quel senso di Contemporaneità, di freschezza sebbene trova la sua radice nella storia. Il brano non a caso inizia con questa frase : ““è ancora tiempo, tiempo ancora,”” a testimoniare che prima di tutto che c’è stato un tempo andato.
Quella della sensazione del tempo andato è d’altra parte un topos della cultura napoletana.
La musica un po’ malinconica trasferisce quella dolcezza e solidità nella Storia, mentre la chitarra dà un senso di vita presente.

Poi arriva la frase : “è coccuruno te vo’ bene e basta…” che è un altro “mantra” della città, quella città madre, che la chitarra elettrica sottolinea, quasi a porre in risalto un senso di forza che intenerisce.

Le parole richiamano proprio questo bilico :

E’ ancora tiempo
‘o sient’.
E coccheduno te vò bbene e basta.
E coccheccosa nun more ma resta.
E’ ancora tiempo,
dint’ ‘o core.

E’ ancora tiempo.
E coccheduno te vò bbene e basta.
E quanno è overo nun cè sta ritorno.
E coccheccosa nun more ma resta,
nu bellu juorno.

L’ ultima sensazione che il brano ci lascia è un senso di continuità, che la città rivela sempre a tutti.