Lo Guarracino
C’è una canzone napoletana di un anonimo del 700, O’ Guarracino, riscoperta da tanti autori tra cui: Sergio Bruni, Roberto De Simone, poi dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, Roberto Murolo, Massimo Ranieri e tantissimi altri, con una preziosa traduzione in italiano di Riccardo Pazzaglia e una in tedesco del poeta-pittore Augusto Kopisch.
Ogni versione di questo brano ha arrangiamenti propri e presenta l’inserimento di strumenti diversi, a dimostrazione della passione per la ricerca musicale, dagli autori più antichi a quelli più moderni e della flessibilità della canzone e della lingua napoletana fin dai suoi albori.
Si passa dalla versione cantata con lo stile classico di Murolo, “sussurrato” come la bossa nova, come lo definì Renzo Arbore, a quello che accentua il ritmo frenetico e febbrile della tarantella, con cori e controcori, fino a quelle espresse in forma cantautorale.
Il brano è concepito a ritmo della tarantella, molto in voga nel 700, un genere che parti’ da Napoli e giunse in tutta Europa, finanche alla corte di Vienna, dove fu molto amata ed apprezzata, una sorta di musica esotica del tempo, e suscitò all’epoca stessa anche i primi studi da parte del medico e musicista spagnolo Don Francisco Xavier Cid, sul rapporto tra musica e salute mentale.
La tarantella ha effettivamente effetti ipnotici, di allegria, liberatori, danzanti e liberi, rivoluzionari, e consente di distaccarci temporaneamente da tutto.
Il testo della canzone narra della conseguenza umana più antica del mondo: il disordine sociale che procura l’amore, l’ effetto tanto amato da Troisi, richiamato nelle parole dello stimato professore fiorentino nel film Ricomincio da tre, con la famosa frase iniziale: lei sa cosa ha detto Cooper ?
L’ambiente in cui si svolge il racconto di questo brano è il mare.
Narra di un pesce, il Guarracino, altrimenti chiamato il pesce castagnola o coracino, che decide un giorno di cercare fidanzata, si prepara e va in giro allora vestito tutto elegante, fin quando vede una giovane sardella che canta e se ne innamora subito, e qui la musica fa capolino a rimarcare la sua centralita’ negli usi e costumi della citta’.
Chiede allora ad un altro pesce, l’ anziana bavosa, di riportare alla sardella il messaggio d’amore in cambio di una lauta ricompensa.
La sardella inizialmente imbarazzata dalla proposta si nasconde sotto uno scoglio, ma poi,sostenuta dalla bavosa, si affaccia e ricambia con i suoi occhi l’interesse.
Ma tal gesto non passa inosservato :
“Ma la patella ca steva de posta
la chiammaje: “Faccia tosta,
tradetora, sbrevognata
senza parola, male nata”
ch’avea ‘nchiantato ll’alletterato,
primmo e antico ‘nnammorato.
De carrera da chisto jètte
e ogne cosa lle dicette.”
“Ma la patella, che stava appostata,
la chiamò “faccia tosta,
traditrice, svergognata,
senza parola e malnata”
perché aveva piantato l’alletterato,
primo e antico fidanzato
Di carriera da questo andò
e ogni cosa gli disse.”
Qui nasce la fase in crescendo della storia, il tonnetto alletterato preso dal “farfariello”, ossia dal diavolo, si carica “come un mulo” di ogni possibile arma per cercare il Guarracino.
Fatidicamente lo trova, nasce così una zuffa tra loro due che coinvolge anche amici e familiari dei pesci rivali.
E qui la numerosità delle armi, così come quelle dei pesci che intervengono, diventa fantastica, si parla di pistole, fucili, cannoni, e più di 70 tipologie di pesci coinvolti, ad uno ad uno elencati.
Un elenco di pesci che ha attirato per anni l’attenzione di tanti biologi marini, che hanno provato e tradurli nelle specie oggi conosciute.
Alla fine del racconto l’autore/cantante stanco di questa sua fantasia e della sua performance, chiede licenza agli ascoltatori per riposarsi e di poter bere un bicchiere alla loro salute.
Qui c’è la quintessenza della città di Napoli.
Una grande città, per 10 secoli una delle più grandi e popolose città europee, una città di mare, che come diceva Paolo Conte è quel “mare che anche di notte non sta fermo mai”, che spinge alla frenesia, all’ instabilità, alla fantasia.
Così nel racconto ogni singolo pesce sembra una figura umana e la ricchezza delle loro differenti forme e colori, rispecchia le fantasie degli abitanti della città, dove numerosità e differenza diventano fantasia, tolleranza verso la diversità, senso del mistero.
Tra le tante versioni ce n’è una recente e particolarmente curata del 2010, nell’ album “Frà diavolo” dell’ ensemble “ Accordone”.
Questo gruppo ha inserito nel brano il clavicembalo, strumento simbolo per definizione del barocco del ‘700, ed ha offerto un approccio elegante e teatrale, unendo qualita’ musicale e verve interpretativa.
L’ eleganza della sua musicalita’ ci ricorda uno dei più grandi musicisti della storia musicale, vissuto nella stessa epoca del brano : Domenico Scarlatti, che aveva fatto dell’eleganza del suo contrappunto un segno distintivo dell’epoca. Pur mantenendo uno spirito panteistico offrì i semi alle sonorità della musica popolare: un panteismo elegante.
Un elemento connaturato ed ispirato dalla citta’ e il suo entroterra, che ha un paesaggio struggente ed elegante allo stesso tempo e che inevitabilmente ispira la sua arte.
Un’eleganza che è patrimonio della città e che si è manifestata per anni anche nelle canzoni napoletane dell’800.
Come giustamente scrisse la Capria: Napoli si divide nel modo di definire una tazza di caffè : “na tazzullella e cafè” della borghesia e “o cafè” del popolo, tra l’essere se stessa e la sua distillata storica continuita’, tra la Natura e la sua musica, tra l’istinto e l’eleganza del gesto, che sia di solidarieta’ o di affetto, tra la numerosità della diversità della Natura e la sua dolcezza, infine direbbe forse Oscar Wilde, l’etica nell’eleganza unita alla fragranza del sentire. Questi archetipi la rendono unica, ed è così rimasta nell’inconscio dei suoi abitanti.
Lo Guarracino poteva essere scritta solo a Napoli.
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