“Tu si ‘na cosa grande” e la città di Napoli

L’installazione di Gaetano Pesce “Tu sì ‘na cosa grande”, rappresenta un Pulcinella stilizzato ed è esposta a Piazza Municipio a Napoli. La sua opera ha suscitato una grande eco e dibattito sui social media, con una ulteriore pubblicità per l’opera e per la città.

Se andiamo a leggere i commenti delle persone che si sono schierate a favore o contrarie all’ opera, talvolta con ironia, si riferiscono a Priapo ed alle sue pitture esposte e ritrovate negli scavi di Pompei, alle canzoni degli Squallor, infine al celebre dialogo del film Il mistero di Bellavista del 1984, con protagonista Luciano De Crescenzo.
Tutte figure allegoriche che comunque afferiscono a Napoli e mostrano la ricchezza antropologica della città, come se la città avesse una storicità argomentativa per integrare e metabolizzare anche l’arte moderna in una chiave napoletana.

Luciano De Crescenzo nella scena spesso citata del film, propone una chiave interpretativa dell’arte in generale e da qui anche la sua idea di “napoletanità”, che Renzo Arbore definisce l’ ideale platonico della città.
Nella scena del film al quesito su cosa sia arte e su cosa non lo sia, rifacendosi al filosofo greco Protagora del V secolo a.C., De Crescenzo risponde che “l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono, e di quelle che non sono per ciò che non sono”, da qui la risposta sull’arte, che può essere definita tale senza imposizioni tecniche dall’alto, ma in base all’uomo che la osserva.
Con questa brillante scelta, Luciano De Crescenzo non ci mostrò solo l’idea del filosofo Protagora, ma anche la sua stessa idea di Napoli.


L’uomo come la misura di tutto, che non subisce il fascino estremo delle ideologie, i diktat dall’alto e umanizza ogni visione a condizione umana, lo rende tollerante verso la diversità e verso ogni forma di sacralità, se è vero che l’arte è mistero anch’essa.
Da qui una visione libertaria e per certi versi illuminista che ha caratterizzato la borghesia napoletana.

Nei tempi recenti si è evidenziato come Napoli sia una delle poche città millenarie d’ occidente. Essa è stata una grande città sin dalla sua fondazione, avvenuta ancora prima di Roma, da colonie greche e si è mantenuta grande città per quasi 3 millenni.
Le grandi città sono quelle comunità che realizzano e conservano le culture dei popoli e sono anche quelle più coinvolte dai cambiamenti culturali. Tutte le epoche precedenti, tutte le culture passate nelle grandi città vengono metabolizzate, incrociate e mantenute comunque vive.
Questa antropologia si riscontra anche nell’ urbanistica della città, basta infatti passeggiare per la città per attraversare i lasciti culturali ed estetici di tutte le epoche passate, ed offrire subito una chiave di lettura immediata della sua anima .

Ci appare evidente il retaggio dell’antica grecia, con i suoi idoli, i suoi dei : Maradona, San Gennaro, i santi, i miracoli, i racconti che sembrano scene mitologiche, molto centrata però sulla libertà personale.

C’è una Napoli poi secentesca, per certi versi plebea, che si infervora ai riti cattolici, in modi e nelle forme che sono però perlopiù precristiani. Un esempio tra gli altri, il culto della Madonna di Montevergine protettrici dei gay, sebbene l’omosessualità sia bandita dalla cultura cattolica più oscurantista.
Ma a Napoli si può anche avvertire il retaggio di una classe borghese, con una visione illuminista e razionale, che si è educata alla nettezza degli studi ed ha prodotto una visione rigorosa e pulita, financo musicale ben precisa.
Possiamo renderci conto che di fronte a questa visione così lunga e ricca anche un’ opera che qualcuno ha definito priapesca, seppure lo fosse, non ci scandalizzi più e soprattutto non appare violenta. Anche se vista da vicino, non a tutti ha dato questa impressione.

L’artista Gaetano Pesce, le cui opere sono state esposte nei più importanti musei del mondo, è stato definito da Sgarbi un designer “eretico”, ed in effetti anche in questa opera l’artista rappresenta un Pulcinella, che è una maschera, che lui la rappresenta senza testa, quasi un fantasma.
Così che se la testa rappresenta l’azione, l’idea del solo corpo vuol dire lasciare la parte più femminile, più dolce, quasi il ricordo, il riposo. Ed i due cuori vicino poi dovrebbero ancor più amplificare questo aspetto di dolcezza e passione.
Forse vedere quel vuoto cilindrico così grande nella piazza, trasmette un vuoto tecnico ed un pò freddo.
Le installazioni assumono significati in base al luogo dove vengono esposte, i colori e le dimensioni proprie riferite a quelle del contesto. Ma come diceva De Crescenzo nell’arte ogni uomo è arbitro e le sensazioni sono tutte da celebrare.

Ritornando al contesto della città, qualche studioso ha detto che a Napoli sono mancati gli aspetti culturali della rivoluzione industriale, che l’ha coinvolta solo parzialmente ed in zone più periferiche.
Ciò fu dovuto obiettivamente all’Unità d’ Italia che dismise le industrie che erano quasi tutte prevalentemente statali. La rivoluzione industriale ha prodotto anche idee, ideologie : marxista ed infine quella abberrante fascista e nazista a cui Napoli infatti non ha mai aderito pienamente, anzi.
Adesso che viviamo in un’epoca culturale post-industriale e meno ideologica, Napoli ci appare allora più moderna e viva. Questa idea di Napoli sembra oggi più in voga, più interessante al punto che non a caso moltissima filmografia recente la racconta.

Tutte queste ragioni rendono allora Napoli la città più adatta ad ospitare tutte le installazioni artistiche moderne, come le stazioni delle metropolitane e come quelle che sono venute dopo. Esse verranno accolte con una battuta oppure con estasi, con quello spirito un pò plebeo, curioso e intellettualmente libero.

Arbone ha definito quella idea di Napoli di De Crescenzo giustamente un ideale Platonico, concordiamo dicendo che l’uomo vive di idee e di questo ideale lui se ne innamorò ai tempi universitari.